Saturday, 13 February 2016

Il Nietzsche di Montinari


Nella costellazione degli studi nietzschiani l'opera di Mazzino Montinari (1928-1986) brilla come stella di soverchia grandezza. L’edizione critica dell’opera edita e inedita di Nietzsche, condotta assieme all'amico e maestro Giorgio Colli, non ha eguali per importanza nella storia della filosofia. Pubblicata a partire dal 1967, la revisione critica dei testi nietzschiani ristabilisce forma e sequenza degli scritti postumi del filosofo ponendo fine alle distorsioni dell’infausto volumetto La Volontà di Potenza curato da Elisabeth Nietzsche, sorella del filosofo, responsabile di aver intossicato l’Europa e il mondo intero ben oltre la fine della seconda guerra mondiale.



Oltre al contributo decisivo in senso filologico-critico, Montinari ha sviluppato nel corso degli anni un’originale interpretazione del filosofo di Naumburg. Animato da uno spirito aperto al confronto e desideroso di giungere alla sintesi, il lavoro ermeneutico di Montinari si distingue per sobrietà e acribia, e merita perciò di essere nuovamente apprezzato in un momento in cui altri, più celebri tentativi “continentali” cominciano ad esaurire la loro suggestione metaforica cedendo drammaticamente terreno di fronte ai più scientifici studi “analitici”.

Cosa ha detto Nietzsche (1975) rappresenta forse la sistemazione definitiva del confronto di Montinari con Nietzsche, ed è l’unico testo italiano che mi sentirei di consigliare a chi intendesse per la prima volta avvicinarsi al filosofo dello Zarathustra. Il volume si discosta dalle tradizionali biografie filosofiche e va collocato nel novero delle biografie “spirituali”, ove nello “spirito” si abbia cura di intravedere il Geist, ossia il nietzschiano lavoro di interiorizzazione e sublimazione di esperienze, assimilazione e integrazione del moto vitale nel corpo di un significato culturale.

“Spirito è la vita che taglia nella propria carne; nel suo patire essa accresce il suo sapere […] Voi conoscete dello spirito solo le scintille: ma non avete occhi per l’incudine che è lo spirito e nemmeno per la crudeltà del maglio.” (Così parlò Zarathustra, II, Dei sapienti famosi)

Lo spirito è concentrazione mentale, sintesi d’esperienze, costruzione di significati a partire dalla vita. In questa luce, sembra suggerire Montinari, vanno letti gli incontri personali che hanno segnato la biografia di Nietzsche (Wagner fra tutti, ma non dimentichiamo Burckhardt e Rée). I tanti nomi “illustri” che ne hanno accompagnato, a volte osteggiato, il cammino rappresentano tappe di una maturazione che è anche sempre “superamento” di sé. Respingendo decisamente e in blocco la letteratura che riduce Nietzsche alla sua malattia, assieme ai tentativi di distorcerne l’immagine per fini politici e personali (come fece la sorella Elisabeth Nietzsche, poi divenuta Förster-Nietzsche in seguito al matrimonio con il celebre antisemita), Montinari ricostruisce la trama di uno sviluppo intellettuale che coincide con lo sviluppo di un pensiero sul mondo e su se stesso. A partire dall’acuta e appassionata sensibilità del filosofo, alla quale fa da contraltare una straordinaria capacità di analisi e penetrazione, Montinari mette in luce come ad ogni scoperta intellettuale corrisponda sempre un avanzamento nella conoscenza e nella definizione di sé (per questo la biografia non può che essere spirituale nel senso precisato sopra).

 Uno degli aspetti centrali enfatizzato dallo sguardo prudente e delicato di Montinari è infatti la “cerebralità” di Nietzsche, ossia la sua capacità di riflessione, di scarnificazione, di smascheramento, che egli rivolge anzitutto contro se stesso. Questa cerebralità sembra essere il tratto peculiare della “mente” Nietzsche. Da questa auto-riflessione spinta all’estremo derivano poi la “solitudine” (p. 64), il senso di estraneità al mondo borghese e alla cultura del tempo, e dunque il grande privilegio di poterlo osservare dall’interno, avendone condiviso sentimenti e valori, e dall’esterno, cioè dal punto di vista del bisturi dell’analisi filosofica e storica che si propone di metterne a nudo il segreto inconfessabile.

Tra i nodi unificanti dell’itinerario intellettuale di Nietzsche, Montinari segnala quello della Kultur, considerata sia dal punto di vista della formazione di Nietzsche come filosofo, sia dal punto di vista dell’esigenza di rifondazione di un intero mondo storico-culturale. Sul primo versante, la capacità riflessiva di Nietzsche si misura con una pluralità di voci, da Schopenhauer (di cui si dimostra subito critico nonostante l’ammirazione) a Wagner, da Burckhardt a Reé, da Kant a Lange, che rappresentano per tappe successive il cammino di un pensiero divergente, mai sazio della stasi e dell’autocompiacimento, ed anzi fin da subito ispirato dalla “passione della conoscenza” (pp. 71-72). Notevole che Montinari si accorga di quanto questa passione fosse già vigorosa prima del ciclo di Umano, troppo umano, ed ancora prima dell’incontro con Wagner durante gli anni di Basilea (si veda Ecce homo, 3).

Altri motivi centrali dell’elaborazione nietzschiana sono il conflitto tra arte e scienza, tra il Nietzsche poeta e lo scienziato, e la cosmodicea o giustificazione del mondo. Quest’ultima, che ne La nascita della tragedia trova una risposta nella metafisica dell’arte, dal periodo dello Zarathustra viene trasfigurata nell’ipotesi scientifica dell’Eterno Ritorno dell’Identico. Ed è proprio nello Zarathustra che secondo Montinari si deve cercare il pensiero positivo del filosofo, quello impegnato nella proposta di una Kultur antitetica e alternativa.

Nella lettura di Montinari l’Eterno Ritorno e il Superuomo non rimandano a una nuova religione, dogmatica o metafisica, quanto al problema della giustificazione del mondo (e, per converso, della giustificazione dell’esistenza individuale) di cui sarebbero anzitutto e primariamente le soluzioni trovate dall’uomo Nietzsche per se stesso. Il loro significato, che appunto combina prospettiva individuale dell’uomo e universale del filosofo, è nella distruzione del vecchio mondo religioso-metafisico a cui deve subentrare “un dire di sì” alla vita. Come tali dunque rappresentano il culmine della traiettoria speculativa di Nietzsche, mentre invece le opere di mezzo risulterebbero prive di sistematicità e sarebbero espressione di un mero interrogare senza approdi, una sorta di deriva avventurosa nel mare della conoscenza che non trova però risposte nella sistematizzazione teoretica (quelle di mezzo sono opere “leopardiane”, afferma Montinari, che naufragano nell’indefinito, vd. pp. 111-112). Tappa fondamentale della transizione verso lo Zarathustra è il periodo di Aurora, che raccoglie tutti i successivi temi principali (dalla critica della morale a quella della religione e dell’arte), ma già in La gaia scienza, e nelle riflessioni coeve, troviamo invece la nuova prospettiva dell’Eterno Ritorno.

Uno dei passaggi interpretativi più notevoli vede Montinari elogiare lo Zarathustra proprio in quanto è l’opposto di un’opera poetica: un’opera che provoca al pensiero, che ammaestra a lunga distanza (nella direzione di una Kultur alternativa, non in quella della riproposizione mitica del dogma), un’opera che resta dunque fedele alla “passione della conoscenza”, ma si tiene altresì lontana dalla mera creazione poetica (p. 127) e dalla totalizzazione del sapere metafisico, del quale, al limite, rappresenta invece la parodia. È dunque l’opera che più di tutte esprime la solitudine di Nietzsche incarnandone la “fuga in avanti” verso una visione della vita integralmente terrestre (p. 128) di cui Superuomo ed Eterno Ritorno rappresentano i concetti-limite (p. 126).
Che il cuore del pensiero di Nietzsche, secondo Montinari, si identifichi con le “dottrine” dello Zarathustra emerge anche dal trattamento riservato alle opere pubblicate successivamente. Mentre Montinari dedica ampio spazio alla ricostruzione delle vicende dei taccuini e degli appunti preparatori all’opera principale (i celeberrimi frammenti dedicati al tema della volontà di potenza), poco o nulla dice di Al di là del bene e del male e di Genealogia della morale, che appaiono opere di contorno in cui Nietzsche affina soltanto le proprie capacità analitiche, specialmente nel campo della psicologia, ma senza aggiungere nulla alle intuizioni precedenti.

Le pagine dedicate da Montinari al tema della “volontà di potenza” (pp. 133-147), il terzo tema emerso già nello Zarathustra (“Della vittoria su se stessi”, e in Aurora ancora come “senso di potenza”) accanto ai due dell’Eterno Ritorno e del Superuomo, brillano per capacità di sintesi e fedeltà al testo. Egli ci guida alla scoperta del pensiero di Nietzsche attraverso le vicende dei suoi numerosi e diversi progetti editoriali, rifiutando altresì ancora una volta di sistematizzarne il pensiero rubricandolo sotto uno dei tanti titoli preparatori che compaiono nei manoscritti del periodo. Montinari si fa araldo, contro le distorsioni della sorella Elisabeth e di Gast (e di altri dopo di loro, specialmente in Germania) di una lettura cronologica di un materiale, quello dei Frammenti postumi degli anni 1885-1888, che è sì magmatico e in continua trasformazione, ma che va preso così com’è, nella sua scansione originaria, e senza dimenticare le letture di contorno che ne accompagnarono la gestazione (da Tolstoj a Dostoevskij, per esempio, ma si vedano anche le pp. 153-154).

La lettura di Montinari termina con la constatazione del “fallimento del tentativo filosofico globale di Nietzsche” (p. 164 e segg.), del suo naufragio teoretico e personale. Un naufragio che non può essere spiegato né dalla malattia né dalla pazzia, ma deve invece essere ricondotto all’impossibilità interna del pensiero, teorica dunque ma sempre anche psicologica e personale, di giungere ad una compiutezza della conoscenza traducendo la dottrina della volontà di potenza (che non è nient’altro che l’Eterno Ritorno, vd. FP 38[12] 1885) in proposta concreta, assieme scientifica e storico-politica, che vada oltre, appunto, il frammento e l’arguzia dell’aforisma. Il culmine di questa tentativo non riuscito di concretizzazione è il famoso frammento sul nichilismo europeo, che traccia un quadro generale del punto di arrivo della prospettiva critica nietzsciana (FP 5[71] 1887). Secondo Montinari, Nietzsche si troverebbe impigliato tra lo scetticismo dell’uomo della conoscenza e l’urgenza di provocare un cambiamento culturale indicando una nuova proposta. Le opere pubblicate nel periodo successivo allo Zarathustra (da Il Crepuscolo degli idoli all’Anticristo ed Ecce Homo), pertanto, non sarebbero altro che “propaganda” di “contorno” all'inevitabile avvitarsi del pensiero su stesso, e, se pure contengono lampi di genio ed analisi psicologiche raffinate, non realizzano alcun reale passo in avanti.

Questa lettura dell’ultima fase si oppone da un lato ai tentativi manieristici di rintracciare in Nietzsche un sistema, una sorta di nuova “mitologia” filosofica, dall’altro alla tendenza, uguale e contraria, di consegnare Nietzsche all’insignificanza del frammento, all’unilateralità e al capriccio di una produttività soltanto autoterapeutica. Tra la prima via, imboccata dalla sorella Elisabeth, da Gast, e da tanti seguaci nietzschiani della prima ora (poi ripresa dalla mitologia nazista, da Heidegger, e da altri), e la seconda, espressa dall’amico Rohde, Montinari preferisce la più equilibrata e realistica di Overbeck (l'amico che recuperò Nietzsche ormai demente a Torino, il 9 gennaio del 1889), il quale scrive, a proposito di Al di là del bene e del male: “Nonostante, […], il crescente dilettantismo, i libri di Nietzsche guidano lo studioso, o quanto meno lo studioso che è in me, più intimamente addentro le cose che non i monumenti di un procedimento più metodico…”.
Insomma, per Montinari, Nietzsche è “la fuga in avanti” di un pensiero, ma anche di un uomo, recalcitrante dinanzi a un’epoca storica in dissolvimento e decadenza, di cui non può condividere le mistificazioni e le ipocrisie millenarie. Nietzsche diviene dunque, anche, il doppio di Montinari stesso: “Nietzsche è la malattia. Nietzsche è la mia malattia […]. Nel momento in cui decido di occuparmi della mia malattia, mi occupo della sua, e viceversa” (pp. 206-207).