Tuesday, 16 June 2015

Limiti alla libertà d’espressione? Solo il codice penale. Con un caveat.


[si tratta di una pagina che ho scritto qualche mese fa sull'onda emotiva di quanto accaduto a Parigi.]

Le drammatiche vicende collegate al giornale satirico “Charlie Hebdo” hanno riportato al centro del dibattito pubblico il tema della libertà d’espressione. La domanda sui limiti, sugli usi e gli abusi della parola, è divenuta particolarmente pressante per i cittadini della società dell’informazione coinvolti nella libera, talvolta incontrollata, diffusione di opinioni tramite scritti, immagini e filmati.




Vorrei partire dal luogo comune di matrice liberale che la libertà personale può essere limitata soltanto quando procura danno ad altri. Che questo sia soltanto il punto di partenza, e non il punto d’arrivo, di una riflessione seria sulla libertà d’espressione, è attestato dalla difficoltà di giungere ad una definizione condivisa di “danno”.

Non seguirò qui questa strada piena di insidie. Vorrei seguire invece la rotta, forse altrettanto perigliosa, che avanza tenendo a distanza, come fece Ulisse, due estremi opposti, lo Scilla della libertà come licenza senza vincolo, e il Cariddi del reato d’opinione. Il nostro giudizio sulla libertà d’espressione, mi sembra, oscilla drammaticamente tra l’urgenza di assicurare quanta più libertà è possibile a ciascuno di noi quando espone le proprie convinzioni in buona fede, e la preziosa constatazione del limite posto alla nostra azione dalla suscettibilità umana alle offese.

Cominciamo a ragionare sul termine “offesa”, spesso invocato come equivalente di “danno”.

La parola “offesa” ha in italiano diversi significati. Può denotare tanto il trauma fisico, quando diciamo, forse in un italiano un po’ vetusto, che “Mario è rimasto offeso nell’incidente”, quanto il risentimento morale e spirituale. In ogni caso, “offesa” fa riferimento ad un dolore procurato ad altri, sia esso fisico o morale. Il punto cruciale, mi sembra, è che il concetto di offesa non può essere sostituito a quella di danno senza pagare un prezzo altissimo. Anzi, rappresentare il danno come una sorta di offesa ricevuta fa scivolare pericolosamente il nostro giudizio verso uno dei due mostri marini ricordati in precedenza, la licenza smodata e il reato d’opinione (una terza possibilità è che si resti confusi da questo tipo di discussioni, come per lo più sta accadendo, proprio perché nell’uso comune non si distinguono abbastanza i due concetti di danno e offesa).

Se assumiamo che l’offesa, in una qualunque delle sue forme (fisica, morale, spirituale, ecc.), sia equivalente al danno, ci troveremmo a dover condannare qualsiasi tipo di giudizio come “reato d’opinione”. È facile vedere perché: data la grande variabilità delle forme culturali e morali in cui si esprime oggi nelle nostre società la vita umana, non vi è giudizio che, seppur emesso in buona fede e senza intenzioni ostili, non “offenda” qualcuno appartenente a gruppo culturale, religioso, etnico, ecc., diverso dal nostro. Dove per offesa qui si deve intendere il danno procurato anche dall’asettica esibizione di un mondo di valori e giudizi, alternativi e contrapposti, molto più spesso semplicemente “diversi”, a quelli del gruppo di appartenenza. Il giudizio sulla libertà, sul valore morale o culturale di un’azione o di un’opinione ricadrebbe così, paradossalmente, nella fattispecie del giudizio di gusto, ma sotto la cappa di un divieto assoluto di pronunzia, appunto “per non recar danno”, che realizza in maniera paradossale e autoritaria la richiesta insita nel non disputandum

Per altro verso, se distinguiamo troppo l’offesa dal danno, ritenendo che alla parola debba essere concessa la massima libertà possibile e non cogliendo le continuità che talvolta vi sono tra offesa “morale” e danno “fisico”, rischiamo di avallare ogni tipo di licenza, e di lasciare che la barbarie dell’insulto e della denigrazione violenta si impongano come prassi nel dibattito pubblico (mi sembra sia questo l’esito prevalente, almeno se stiamo a quanto si può osservare in televisione e sui social media, ma non solo).

Come uscita da questo impasse del giudizio, proporrei di tracciare una linea di demarcazione, certo provvisoria ma chiara, tra offesa e danno. Come punto di partenza, e del tutto provvisoriamente, si potrebbe considerare “danno”, e perciò oltre i limiti della libertà d’espressione, tutto ciò che è considerato penalmente rilevante dal Codice, semplice “offesa” tutto il resto. Proporrei pertanto di allineare il nostro giudizio al Codice penale. Con un caveat: il Codice è frutto di deliberazione, cioè è il risultato di decisioni e valutazioni di un legislatore collettivo. In altre parole, si tratta di una creazione umana, che è pertanto criticabile e rivedibile. Credo che per mantenere alta la qualità di una democrazia sia necessario mantenere aperto e vivo il dibattito sulla libertà d’espressione, aperta e viva la critica del legislatore e delle sue decisioni, evitando di dare troppo credito agli umori di volta in volta prevalenti nell’arena mediatica.



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