Thursday, 12 June 2014

La nuova sofistica manageriale (II)




In un post precedente avevo delineato l’idea di sofistica manageriale a partire dal saggio di Michela Marzano, Estensione del dominio della manipolazione. Dall’azienda alla vita privata (Mondadori 2009). Qui porto a conclusione quella ricostruzione soffermandomi su alcuni rilievi etici.

Gli effetti che le capziosità sofistiche generano nella vita dell’uomo-lavoratore sono molto simili a quelli già rilevati da Richard Sennett nel suo magistrale L’uomo flessibile (Feltrinelli 1999), il cui titolo originale suona più appropriatamente The Corrosion of Character. L’uomo non è più soltanto materiale umano, la merce che serve a produrre altra merce come direbbe Marx, ma perde ciò che lo ha sempre identificato e distinto: il carattere (la figura titanica del filosofo stoico, che non si piega al volere del tiranno preferendo la morte al tradimento di se stesso, appartiene ormai a un lontano passato). La flessibilità produce una sovrapposizione tra il tempo aziendale e quello personale che scardina la capacità progettuale ed autonarrativa del singolo. L’adeguamento a progetti sempre nuovi erode la capacità di dare corpo ad una storia personale, un racconto di vita, e dunque un’identità propria e specifica.

La ricerca di sé si concentra nella cura dell’apparire (business oblige). Ma non è tutto. Per dimostrare di valere bisogna anche essere in grado di affermarsi, dimostrare di essere socievoli e motivati, esibendo una certa dose di fiducia in se stessi e suscitando così l’ammirazione e il rispetto degli altri. Il livello di autonomia di ciascuno dipende dalla capacità di “prendersi cura di sé”: ogni individuo viene in questo modo non soltanto reso responsabile della sua vita e del suo personale successo, ma si trova anche nella condizione di sentirsi in colpa nel momento in cui non riesce a “gestire” tutto, o a “tenere tutto sotto controllo”. Il trionfo della libertà individuale! Di fatto, in nome di questa presunta libertà, ognuno è costretto a seguire tutta una serie di regole e prescrizioni che gli consentono di conformarsi alle leggi del saper vivere che, oggi, gli impongono di essere efficiente, performante, eccellente. Se non riesce, significa che non ha imparato a essere libero e autonomo in un mondo in cui – e coloro che riescono lo sanno molto bene – “tutto è possibile”. (122)

Che questa nuova sofistica non sia una forma di marketing tra altre, per quanto più raffinata e disincantata, quanto il tentativo di ridefinire il significato della realtà sociale nella sua totalità, è dimostrato dalla sua capacità di secernere una vera e propria Wertethik, un insieme di norme che guidano i subumani-lavoratori verso il miglioramento di sé, l’autoperfezionamento, la riuscita personale – in una parola, il successo – tanto nell’azienda quanto nella famiglia e nella polis. L’ambito d’applicazione della nuova manipolazione non ha confini, come non ha confini il neo-liberismo globalizzato che ne rappresenta la cornice ideologica. La nuova visione dei valori a cui mi riferisco è l’etica degli affari o business ethics, oggi molto in voga nei curricula delle università di tutto il mondo dove compare come insegnamento accessorio, ma indispensabile, nei corsi di marketing, finanza ed economia. Chiosa efficacemente la Marzano:

La parola chiave dell’intero dispositivo è “etica”. Per quale motivo non dovremmo rallegrarci se gli attori economici – come alcuni ritengono – riconoscono l’importanza di tutelare l’ambiente naturale e sociale entro cui si muovono? Perché rimaniamo scettici di fronte al cambio di rotta di quanti, non molto tempo prima, erano convinti che l’unica responsabilità delle imprese fosse quella di massimizzare i tassi di profitto? Un’etica che è divenuta progressivamente un’esigenza commerciale tra le tante non è degna di questo nome, cioè indipendente dai risultati economici e dalle logiche di potere della sfera dirigente. […] Si “fa” etica un po’ come si “fa” pubblicità: si vende bene, e consente di attirare l’attenzione del grande pubblico. (91)

Il fatto che la nuova sofistica abbia infine invaso il nobile campo della politica non va affatto accolto come uno sconfinamento laterale. Come rileva Marzano analizzando il caso francese, i discorsi e la propaganda di Nicolas Sarkozy e Ségolène Royal hanno puntato su parole d’ordine ormai note quali realizzazione, motivazione, impegno e responsabilità, ma grottescamente adattate all'intera nazione francese: “La Francia è esigente, come lo è un’impresa: non deve temere le riforme. Perciò ognuno dovrà imparare a gestire i cambiamenti, riuscendo a comprendere quali sono i suoi interessi e ciò cui è predestinato” (139), recita candidamente un mantra neo-socialista di Madame Royal. Poco importa, del resto, se ai discorsi non seguono fatti, o se agli annunci dei piani di riordino non corrispondono mai analisi dettagliate: “se tutto è possibile, non è necessario scendere nei dettagli delle misure che si ha realmente intenzione di adottare; se ‘tutto è possibile’, non importa se alcune dichiarazioni risultano in palese contraddizione con altre. Le circostanze faranno la differenza” (141).

Il leader politico non è soltanto la figura istrionica e camaleontica che emblematicamente, e più di altre, dà corpo al nuovo paradigma manipolativo, ma è anche quella la cui influenza è più diffusamente pervasiva perché cifra e sostanza di ogni leadership di successo, a prescindere dai contenuti e dall'efficacia effettivamente misurata o misurabile della sua azione concreta. 

La sofistica manageriale pertanto, per quanto sono riuscito a capire, sottende un progetto di rifondazione etico-politica alquanto paradossale, perché intenzionalmente, in un colpo solo, si sbarazza della realtà, della logica e perfino del paradosso. 






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