Friday, 13 June 2014

Oggettività posizionale e critica dell’ideologia



Nel suo ultimo lavoro di un certo respiro (The Idea of Justice, Penguins Books 2009; trad. it. Mondadori 2010), Amartya Sen è intervenuto sulla relazione tra l'idea di oggettività (fatta valere sul terreno etico-politico ma con importanti agganci all’epistemologia) e la possibilità di una critica dell’ideologia o, se vogliamo, dell’illusione. Non mi soffermerò per ora sul tema centrale del lavoro, la giustizia. Mi limiterò a chiarire alcune distinzioni che ho trovato interessanti.



Attingendo alla proposta di Thomas Nagel (A View from Nowhere, 1986; trad. it. Uno sguardo da nessun luogo, il Saggiatore 1988), Sen distingue tre diversi punti di vista da cui si possono emettere giudizi di valore sulla realtà: 1) oggettività piena o transposizionale, 2) oggettività posizionale e 3) mera soggettività. L’accertamento di una dimensione oggettiva del giudizio di valore è di cruciale importanza per la giustificazione di una qualche imparzialità di visione e ragionamento a supporto della costruzione di una società giusta. Tuttavia, secondo Sen, questa oggettività non è raggiungibile se non attraverso la riflessione sulla nostra particolare posizione nel mondo. Ma veniamo appunto alla distinzione dei tre livelli.

1) L’oggettività transposizionale è propria del punto di vista che prescinde da qualsiasi condizione, costituzione o circostanza in cui si trova l’osservatore. La visione scientifica del mondo pretende di essere più oggettiva perché, appunto, indipendente dalle particolarità della posizione dell’osservatore (non, naturalmente, indipendente da ogni osservatore, ma dall’osservatore che non sia capace di un “puro occhio sul mondo” o, glossando Nagel, di uno sguardo “da nessun luogo”). L’esempio classico è quello del Sole e della Luna. Dal punto di vista di un osservatore che si trovi sulla Terra, questi appariranno più o meno delle medesime dimensioni (in effetti, come si giustificherebbero altrimenti i fenomeni che si osservano da quaggiù durante le eclissi di Sole?). L’astronomia scientifica, invece, avvalendosi di un punto di vista più impersonale, che prescinde appunto da errori di prospettiva generati dalla particolare posizione occupata dall’osservatore terrestre, ha trovato che le dimensioni effettive sono ben diverse.

3) E’ meramente soggettivo tutto ciò che è soltanto “nella mente” dell’osservatore. Se per via di singolari condizioni psicofisiche (che possono essere dovute all’assunzione di droghe o altre sostanze, per esempio alcol o farmaci, a caranze vitaminiche, o anche a complessioni proprie del singolo osservatore) dovessi vedere o sentire strani fenomeni che solo io sono capace di vedere e sentire (dalle apparizioni, alle voci, alle allucinazioni, ecc.), si dovrebbe parlare di mera soggettività del punto di vista. Nessun altro osservatore a parte me potrebbe vedere le stesse cose da quella posizione.

2) Il concetto di oggettività posizionale è di gran lunga il più interessante. In questo caso l’oggettività si riferisce a quello che appare a tutti gli osservatori che occupino una certa posizione. In questo caso l’oggettività è tipica della posizione, ma del tutto indipendente da ciò che occupa soltanto “la mente” del singolo soggetto. L’esempio di prima del Sole e della Luna illustra perfettamente questo tipo di oggettività. Sole e Luna appaiono delle stesse dimensioni a tutti gli osservatori terrestri. Si tratta perciò di un’oggettività che pur non essendo transposizionale, non si lascia tuttavia ridurre a peculiarità o idiosincrasie meramente psicologiche o mentali.

Lo scopo di Sen non è quello di costruire una teoria epistemologica, che richiederebbe invero altre specificazioni e completamenti, quanto di riflettere sulle caratteristiche dei giudizi di oggettività trasferendo quelle distinzioni sul piano della valutazione morale.

Chiudo con un esempio. Prendiamo il caso della discriminazione delle donne. Il fatto di considerare la donna come una proprietà, alla stregua di una casa o di un qualche altro oggetto, è un giudizio meramente soggettivo, alla stregua dell’allucinazione, oppure vi è in quel giudizio qualcosa di oggettivo? Le donne appaiono così a tutti coloro che condividono certe condizioni o circostanze culturali. Tradizioni, rituali, modi di vivere, consuetudini e valutazioni sono le circostanze che definiscono il giudizio discriminatorio come “illusione oggettiva” o, in termini marxiani, “falsa coscienza”. La discriminazione che colpisce le donne è pertanto un caso di oggettività posizionale del giudizio. Secondo Sen, prendere atto delle condizioni che vi stanno alla base, degli effettivi condizionamenti posizionali a cui sono soggetti gli osservatori, è il primo passo verso l’introduzione di una maggiore imparzialità e apertura.





Thursday, 12 June 2014

La nuova sofistica manageriale (II)




In un post precedente avevo delineato l’idea di sofistica manageriale a partire dal saggio di Michela Marzano, Estensione del dominio della manipolazione. Dall’azienda alla vita privata (Mondadori 2009). Qui porto a conclusione quella ricostruzione soffermandomi su alcuni rilievi etici.

Gli effetti che le capziosità sofistiche generano nella vita dell’uomo-lavoratore sono molto simili a quelli già rilevati da Richard Sennett nel suo magistrale L’uomo flessibile (Feltrinelli 1999), il cui titolo originale suona più appropriatamente The Corrosion of Character. L’uomo non è più soltanto materiale umano, la merce che serve a produrre altra merce come direbbe Marx, ma perde ciò che lo ha sempre identificato e distinto: il carattere (la figura titanica del filosofo stoico, che non si piega al volere del tiranno preferendo la morte al tradimento di se stesso, appartiene ormai a un lontano passato). La flessibilità produce una sovrapposizione tra il tempo aziendale e quello personale che scardina la capacità progettuale ed autonarrativa del singolo. L’adeguamento a progetti sempre nuovi erode la capacità di dare corpo ad una storia personale, un racconto di vita, e dunque un’identità propria e specifica.

La ricerca di sé si concentra nella cura dell’apparire (business oblige). Ma non è tutto. Per dimostrare di valere bisogna anche essere in grado di affermarsi, dimostrare di essere socievoli e motivati, esibendo una certa dose di fiducia in se stessi e suscitando così l’ammirazione e il rispetto degli altri. Il livello di autonomia di ciascuno dipende dalla capacità di “prendersi cura di sé”: ogni individuo viene in questo modo non soltanto reso responsabile della sua vita e del suo personale successo, ma si trova anche nella condizione di sentirsi in colpa nel momento in cui non riesce a “gestire” tutto, o a “tenere tutto sotto controllo”. Il trionfo della libertà individuale! Di fatto, in nome di questa presunta libertà, ognuno è costretto a seguire tutta una serie di regole e prescrizioni che gli consentono di conformarsi alle leggi del saper vivere che, oggi, gli impongono di essere efficiente, performante, eccellente. Se non riesce, significa che non ha imparato a essere libero e autonomo in un mondo in cui – e coloro che riescono lo sanno molto bene – “tutto è possibile”. (122)

Che questa nuova sofistica non sia una forma di marketing tra altre, per quanto più raffinata e disincantata, quanto il tentativo di ridefinire il significato della realtà sociale nella sua totalità, è dimostrato dalla sua capacità di secernere una vera e propria Wertethik, un insieme di norme che guidano i subumani-lavoratori verso il miglioramento di sé, l’autoperfezionamento, la riuscita personale – in una parola, il successo – tanto nell’azienda quanto nella famiglia e nella polis. L’ambito d’applicazione della nuova manipolazione non ha confini, come non ha confini il neo-liberismo globalizzato che ne rappresenta la cornice ideologica. La nuova visione dei valori a cui mi riferisco è l’etica degli affari o business ethics, oggi molto in voga nei curricula delle università di tutto il mondo dove compare come insegnamento accessorio, ma indispensabile, nei corsi di marketing, finanza ed economia. Chiosa efficacemente la Marzano:

La parola chiave dell’intero dispositivo è “etica”. Per quale motivo non dovremmo rallegrarci se gli attori economici – come alcuni ritengono – riconoscono l’importanza di tutelare l’ambiente naturale e sociale entro cui si muovono? Perché rimaniamo scettici di fronte al cambio di rotta di quanti, non molto tempo prima, erano convinti che l’unica responsabilità delle imprese fosse quella di massimizzare i tassi di profitto? Un’etica che è divenuta progressivamente un’esigenza commerciale tra le tante non è degna di questo nome, cioè indipendente dai risultati economici e dalle logiche di potere della sfera dirigente. […] Si “fa” etica un po’ come si “fa” pubblicità: si vende bene, e consente di attirare l’attenzione del grande pubblico. (91)

Il fatto che la nuova sofistica abbia infine invaso il nobile campo della politica non va affatto accolto come uno sconfinamento laterale. Come rileva Marzano analizzando il caso francese, i discorsi e la propaganda di Nicolas Sarkozy e Ségolène Royal hanno puntato su parole d’ordine ormai note quali realizzazione, motivazione, impegno e responsabilità, ma grottescamente adattate all'intera nazione francese: “La Francia è esigente, come lo è un’impresa: non deve temere le riforme. Perciò ognuno dovrà imparare a gestire i cambiamenti, riuscendo a comprendere quali sono i suoi interessi e ciò cui è predestinato” (139), recita candidamente un mantra neo-socialista di Madame Royal. Poco importa, del resto, se ai discorsi non seguono fatti, o se agli annunci dei piani di riordino non corrispondono mai analisi dettagliate: “se tutto è possibile, non è necessario scendere nei dettagli delle misure che si ha realmente intenzione di adottare; se ‘tutto è possibile’, non importa se alcune dichiarazioni risultano in palese contraddizione con altre. Le circostanze faranno la differenza” (141).

Il leader politico non è soltanto la figura istrionica e camaleontica che emblematicamente, e più di altre, dà corpo al nuovo paradigma manipolativo, ma è anche quella la cui influenza è più diffusamente pervasiva perché cifra e sostanza di ogni leadership di successo, a prescindere dai contenuti e dall'efficacia effettivamente misurata o misurabile della sua azione concreta. 

La sofistica manageriale pertanto, per quanto sono riuscito a capire, sottende un progetto di rifondazione etico-politica alquanto paradossale, perché intenzionalmente, in un colpo solo, si sbarazza della realtà, della logica e perfino del paradosso. 






Monday, 9 June 2014

L'idea di critica



L’idea di una critica della cultura nasce durante l’Illuminismo con il significato di “rendere diritto” o “rendere ragione del diritto” di qualcosa o qualcuno, espressioni che rimandano alle radici della parola ‘crisi’ – che in greco risale a ‘krino’, cioè appunto ‘separare’ per distinguere e giudicare. Il movimento proprio della critica è pertanto il ricomporre, il riportare al “diritto” ciò che è ri-torto e dis-torto. 

A motivo della funzione istruttoria che la distingue, la critica non sorge mai in tempi di agio e spensieratezza. Essa arriva, per così dire, sempre troppo tardi, a processo in corso, quando il supruso e l’ingiustizia hanno guastato il mondo. La critica è perciò l’arma per antonomasia degli oppressi e dei delusi, ma anche dei profeti e dei riformatori. In un certo senso, infatti, sottoporre a critica è il primo vero passo nella direzione del cambiamento.

Ma per essere genuina la critica ha bisogno di un criterio, un punto d’osservazione che promuova autentico discernimento. Come criterio guida della critica vorrei proporre l’Aufklärung, letteralmente ‘rischiaramento’. Critica può significare allora risveglio e rinascita di quel comune e sano bon sens che Cartesio identificava con la ragione, e che l’umanità rischiarata dei secoli XVII e XVIII ha indicato come prerogativa della cittadinanza democratica e della virtù repubblicana.


Repubblicana è dunque l’aggettivo qualificativo della critica. Repubblicana è anche la nostra Costituzione, “la grande incompiuta”, come sempre da compiere è l’ideale civile che sgorga dalla fonte perenne dell’Aufklärung.



Scales of Justice, Old Bailey (Central Criminal Court, London, UK)




Tuesday, 3 June 2014

La nuova sofistica manageriale (I)





Perché ricercare il genere cui stiamo pensando, il sofista, e comprenderne nella sua pienezza l'essenza, non è certo l'impresa più facile del mondo. (Platone, Sofista, 218c)



La lettura del saggio di Michela Marzano, Estensione del dominio della manipolazione. Dall’azienda alla vita privata (Mondadori 2009) ha provocato in me reazioni diverse. Da un lato l’ammirazione per la sottigliezza, e direi perfino il candore, dell’analisi; dall’altro, un fastidioso senso di vertigine, lo stesso che mi assale ogni volta che i presupposti filosofici di un discorso non vengono adeguatamente esplicitati. In questa pagina esporrò sommariamente il tema del saggio, la sofistica manageriale, allargando di poco lo sguardo verso altre suggestioni. Rimando a pubblicazioni future i conti con la vertigine.

Nata in un momento storico e in un contesto economico precisi, precisamente negli anni ’80 sull’onda del cosiddetto toyotismo, la sofistica manageriale si è poi propagata oltre l’organizzazione del lavoro intaccando le radici dello scambio sociale. Già nel “just enough, just in time” dei managers Toyota si annidava l’insanabile contraddizione di una produzione industriale esclusivamente orientata all’oggi e incapace di previsione a lungo termine; ma il cambiamento più significativo si è prodotto nell’organizzazione del lavoro e nel parallelo, nuovo disciplinamento simbolico del lavoratore. Partecipazione, eccellenza, autodisciplina, realizzazione, flessibilità, sono le nuove parole d’ordine dell’organizzazione o, come si usa chiamarla oggi, “gestione” delle “risorse umane”.

Ora, il termine risorsa, se riferito alla persona umana, è quanto meno paradossale. Esso inverte infatti il consueto rapporto di predicazione che vede la natura subordinata all’uomo: le risorse sono tali in quanto rimandano alle persone e sono per le persone (si noti che il riferimento alle persone pone già un limite allo sfruttamento). Nella nuova simbolica manageriale, l’uomo ridotto a “risorsa” o “capitale”, come nella sfrontata espressione “capitale umano”, fa presagire una nuova, più subdola forma di abuso. La novità della sofistica manageriale rispetto ad altre forme manipolative del passato sta in questo: la costruzione di una retorica del senso della vita e del lavoro che ha reso accettabile lo sfruttamento mediante la riconcettualizzazione delle nozioni di prestazione e valore personale.

Quattro elementi definiscono la fisionomia di questa nuova, contradditoria semantica (l’autrice li desume, è bene sottolinearlo a scanso di equivoci, da un’analisi minuzionsa di regolamenti interni e della pubblicistica prodotti da prestigiose agenzie multinazionali francesi come Danone, Axa, Citroèn, L’Oréal, ecc):

1. Realizzazione personale ed Eccellenza: il paradosso è che l’eccellenza richiesta dall’azienda non collima affatto con la realizzazione personale del lavoratore. Da un lato l’azienda dà l’impressione di essere un luogo di crescita personale: “Cerchiamo uomini e donne che, al di là delle loro competenze tecniche o scientifiche, siano attratti dal mondo e dalle persone; creativi, intraprendenti, in grado di adattarsi ai cambiamenti e di agire all’interno di una rete organizzativa; dotati di un’autentica apertura mentale” (L’Oréal). Commenta l’autrice non senza una certa ironia: “Ma oltre la prima impressione vi è la dura realtà delle verifiche interne, dei controlli, dei processi di valutazione sempre più sofisticati e costrittivi secondo la regola aurea up or out (o cresci o sei fuori).”

2. Impegno totale e Flessibilità, o della schizofrenia razionale. In fondo un ossimoro. Il punto è che l’impegno e l’abnegazione si trovano psicologicamente connessi con l’identità personale, o per le meno con l’autorappresentazione che il lavoratore ha di sé in un dato momento della vita, mentre la flessibilità, intesa come capacità di adeguarsi a continui cambiamenti progettuali, fa rima con instabilità e provvisorietà. Come si può chiedere oggi ad un lavoratore il massimo impegno in un progetto che egli sa benissimo non essere più valido l’indomani?

3. Impiegabilità e Fiducia: la fiducia nell’azienda, che si propone come la nuova e accogliente famiglia del lavoratore, si associa all’impiegabilità senza riserve. Ma impiegabilità significa capacità di rivedere costantemente le competenze e sottoporle al processo di valutazione aziendale: ogni lavoratore deve essere collocato e ricollocato al variare del suo saper-essere. Naturalmente, se l’impiegabilità è costantemente sottoposta al vaglio del test valutativo del direttore del personale, che potrebbe anche decidere improvvisamente che il lavoratore è obsoleto, parlare di fiducia nell’azienda è puramente eufemistico.

4. Autonomia e Conformismo: l’opposizione tra questi due termini è tale da non richiedere nessun commento. Autonomia significa libertà e auto-direttività; il conformismo significa diffusione di responsabilità e genuflessione dinanzi alla regola. La nuova sofistica ha costruito una sintesi mirabilmente nevrotica. “Gli individui si troveranno così di fronte a una doppia ingiunzione (double bind): da un lato, sono esortati ad avere fiducia in loro stessi, e a non lasciarsi influenzare dagli altri; dall’altro, si ritrovano sistematicamente sottoposti al giudizio di una società che non sopporta la fragilità, che costantemente li valuta sulla base del successo ottenuto, e che promuove il successo come unico criterio di valore” (128).


Non sarà sfuggito perché la nuova sofistica rappresenti il paradigma retorico dell’epoca storica in cui viviamo.






Monday, 2 June 2014




Repubblicana è on-line!


Caro internauta, in questo blog troverai pagine di critica, di commento, di analisi e di informazione. Proverò a ricostruire argomentazioni, svelare teorie e smascherare sofismi. In fondo, l’eterno compito della filosofia non è nient’altro che questo.

Il tuo commento, se costruttivo, sarà il benvenuto e sono sicuro che aiuterà a promuovere un cambiamento.



(Francesco Hayez, La Meditazione, ovvero l'Italia nel 1848)